venerdì 31 marzo 2017

Segnalazione #15 - Myosotis, insieme vita dopo vita, Elisa U. Staderini

Buongiorno lettori e buon venerdì!
Oggi vi segnalo un nuovo romanzo di un'autrice la cui carriera letteraria è già avviata in campo poetico!



Titolo: “Myosotis. Insieme, vita dopo vita”
Autore: Elisa U. Staderini

Editore: PSEditore
Data di pubblicazione: 7 Dic 2016


Sinossi

A metà strada tra l’autobiografia e il sogno, il romanzo si muove lungo un binario che attraversa la linea del tempo per raggiungere il presente. Quattro sono le vicende che, ambientate in epoche diverse, si alternano e si intrecciano per dare ai personaggi nuova vita e strumenti utili a risolvere gli antichi attriti. Attraverso il trascorrere dei secoli e il cambio di ruolo nelle relazioni, dalla lontana Creta minoica a una Toscana medievale, passando dalla Firenze barocca, si apre davanti ai protagonisti un cammino nella consapevolezza, che li aiuterà a sanare le ferite dell’anima con l’arma più potente, l’amore.





Colui che ha tolto la vita saprà restituirla e l’assassino diventerà padre della sua stessa vittima.



L'AUTRICE

Elisa Staderini coltiva da sempre la passione per la scrittura. Nel 2003 vince il concorso di poesia G. Pescetti con “Marzo” pubblicata sul volume Alfieri della poesia. Nel 2004 “La mia stella perduta” esce sull’antologia poetica Dedicato a… ed. Aletti. Nel 2006 la poesia “Ti sposo” viene inserita nell’antologia Verrà il mattino e avrà un tuo verso, ed. Aletti. Nel 2008 scrive e illustra il libro per bambini “Anticorpolandia” edito da EdiGiò. Nel 2009 vince una nuova selezione di ed. Aletti con “Notte isolana” pubblicata nell’Enciclopedia dei poeti italiani contemporanei. Nel 2012 esce il suo racconto “Profezie” nel libro Volevo fare la casalinga… e invece sono una donna in carriera, Ed. Albus. Dal 2010 gestisce il portale web per le famiglie con bambini www.fiorentinisicresce.it e inizia un percorso di crescita personale e di risveglio spirituale che la porta ad esplorare la regressione alle vite passate.





Dopo aver conseguito una formazione nel campo motivazionale, di crescita personale e Programmazione Neuro Lingui -stica, Elisa Staderini intraprende un cammino più spirituale a partire dai seminari “Past Life Regression Therapy” dello psichiatra americano Brian Weiss, massimo esperto nel campo delle regressioni alle vite passate.





Certificata “Angelic Realm Reader” in seguito ai corsi della psicologa Dr.ssa Doreen Virtue, si è aperta all’Universo e alle sue connessioni riscoprendo la naturale comunicazione con l’inconscio, con la propria parte autentica e con le Ener-gie di Luce diventando canale “Oracolo Christallin” grazie alla formazione di Iwona Sliwocka e Roberto Dondoli.





Esperta di “Omega Healing” del Dott. Roy Martina, medico tradizionale ed olistico autore di numerosi best-seller, Elisa utilizza tecniche per aiutare le persone a rilasciare emozioni negative, per affrontare problemi fisici ed emotivi e per vi-vere più felici. Oltre all’equilibrio emozionale, al theta coa-ching, alla canalizzazione e alla lettura di carte angeliche, lavora con laregressione alle vite passateaccompagnando i clienti in stati di rilassamento profondo per risolvere traumi radicati nel passato.





Visita la sua pagina: https://www.facebook.com/ESistenzaElisaStaderini


Elisa Staderini

Via Cassia, 237 – Loc. Falciani 50023 Impruneta (FI)
Tel: 328 9613106



ESTRATTO


Introduzione


Il mio risveglio arrivò un giorno di primavera.
Solo un mese prima lessi per caso (ho imparato più tardi che il caso non esiste!) un paio di libri di Brian Weiss, uno psichiatra americano che non avevo mai sentito nominare in precedenza. Mi risuonavano tanto, li trovai fatti apposta per me. Così cercai notizie sull'autore e scoprii che di lì a poco avrebbe tenuto un corso in Italia. E bum! Feci le valige per Roma.

Non avevo idea di cosa avrei trovato ne il perché mi sentissi così spinta a partecipare al seminario, ma sapevo solo che dovevo esserci.
Senza sapere come fossi approdata proprio lì, in mezzo a tutta quella gente in sala, combattevo contro il mio scetticismo. Il lobo sinistro del mio cervello mi gridava “ma che ci fai qui, sono tutti matti!”, mentre il mio intuito cercava di rassicurarmi.
Quando le luci si abbassarono, Brian ci invitò a chiudere gli occhi e dopo alcuni profondi respiri potevo sentire solo la sua voce che ci guidava. Il mio corpo si afflosciò contro lo schienale della sedia e sprofondai in una calma pacifica. La mente si svuotava come una ciotola di riso dalla quale si rovesciano fuori tutti i chicchi. Il battito del cuore rallentò, la sala sparì completamente.
Mi sembrò di inspirare qualcosa di umido mentre l'aria si colorava di nebbia. Fu allora che mi apparve indefinito un ponte sospeso nel vuoto che mi invitava ad attraversarlo. Titubante, accennai un piccolo passo. Il legno del ponte scricchiolò sotto al mio peso incorporeo, ma andai avanti. E più camminavo, più la nebbia mi si spalancava portandomi dall'altra parte del ponte, dove a un tratto
apparvero schizzi dorati che mi balenavano intorno. Mi chiesi dove fossi finita.
Così abbassai lo sguardo sui miei piedi e notai che non avevo scarpe. Mi osservai meglio. Portavo un'anfora sulla testa sorretta da una mano e nell'altra tenevo un mazzolino di fiori celesti...

Le regressioni sono uno strumento potente di guarigione con cui portiamo in superficie ricordi di vecchi traumi, per poterli trasformare e lasciare andare. Anche se per la mente critica questi ricordi sembrano cancellati, in realtà sono solo sepolti nel profondo dell'inconscio. Possono essere eventi accaduti durante l'infanzia, che in qualche modo ci bloccano, ma possono anche derivare da esperienze fatte ben prima, in altri luoghi e in altri tempi.
È da qui che nasce il libro che hai deciso di leggere, dal mio processo personale di evoluzione e guarigione, dalla mia voglia di condividere quello che ho scoperto proprio con te.
Voglio dirti che in te c'è molto di più del tuo corpo e della tua realtà. Voglio farti sapere che sei un essere di luce, che hai infinite possibilità e un grande potere.



Elisa

 1. Prologo. Firenze, maggio 2005



Stress.
A volte sentiva comprimersi le proprie onde mentali, tanto da implodere sorde su se stesse. Quella sgradevole sensazione improvvisa, la chiamava stress.
Le dense giornate venivano scandite dalla stesura di ar-ticoli, riunioni, appuntamenti con i clienti, affanni. Elena lavorava a ritmo esagerato. Era una donna sempre pronta, allerta, un po’ irrequieta. Non si permetteva spesso il lusso di rallentare, visto che il lavoro le dava uno scopo impor-tante.
La minuscola redazione era la sua ancora robusta per arroccarsi sull’oggi che le impediva di rimuginare a vuoto nel passato. Non voleva correre il rischio di fermarsi sulle emozioni di quel figlio che per brevi momenti era stato suo. Perché ciò che è stato, non c’è più. Perché i pensieri affioranti da lontano sono affilati come lame e fanno san-guinare.

È nel passato pensò non c’è più e rigettò la testa china sulle bozze da pubblicare.

Era il tramonto quando, sopraffatta dalla stanchezza, alzò lo sguardo verso la finestra dell’ufficio. Nell’aria di inizio maggio si rincorrevano pollini di neve che, appesan-titi, si accumulavano poi ai bordi delle strade. Proprio come i suoi pensieri. Uno sull’altro, nella massa caotica della mente. Sbadigliò mentre cercava nella borsa un anal-gesico. L’emicrania quella volta sembrava volesse proprio inchiodarla. Decise di aver superato il limite di sopporta-zione e se ne andò via.
Arrivata a casa, si regalò finalmente il meritato relax.


Lo reclamavano a gran voce le spalle contratte e un cervel-lo troppo saturo.
Avvertiva una mano invisibile che le straziava lo sto-maco bloccandole i respiri a metà, quando in bagno andò a preparare la vasca. Presto la stanza fu immersa in una nu-vola di vapore.
Elena rimase immobile a fissare l’acqua mentre ascolta-va il lento scrosciare dalla doccia. Lo specchio davanti al lavandino già gocciolava appannato, infilò i piedi nel mor-bido manto mielato e accolse benefica la calda trasparenza che le scorreva addosso, arrossandole la pelle.

Tra il profumo della schiuma che si rigonfiava e il mas-saggio del getto sul collo, si lasciò avvolgere dal tepore, mentre assaporava con piacere il distendersi dei muscoli. Avvertì le tensioni nel corpo che si allentavano e si accor-se con un sorriso che il dolore alla testa era svanito. Si sentiva più tranquilla, era al sicuro nella sua oasi. Dopo poco l’acqua raggiunse il livello massimo. Allora chiuse il rubinetto e si abbandonò distesa nel silenzio, rapita dai suoi stessi respiri sempre più profondi.
A un tratto le parve di udire una voce.
«Ricorda il nostro piano. Tornerò ancora per unirmi a voi e risolveremo tutto.»
La donna si riscosse. L’aveva sentita, ne era certa. Si sforzò di non credere di essere diventata pazza. Spalancò gli occhi e si guardò attorno spaesata. Ma tutto era rimasto identico. L’acqua continuava a fumare, mentre il vapore si addensava al soffitto. Abbassò le palpebre e inspirò di nuovo. Con calma.

Tu sai. L’hai sempre saputo. Permettiti ora di ricorda­ re, lasciati guidare verso la verità.


2. L’isola felice. Isola di Creta, 1605 a.C.

  
Si levò una brezza leggera. Sulla sua scia, l’aroma di corbezzolo giocò a nascondersi in mezzo alla boscaglia, tra le campanelle bianche che ne incorniciavano i frutti succosi. Le onde cristalline si misero in gara per raggiun-gere la spiaggia già molto calda. E alla fine della corsa, sbriciolate nella spuma, arretrarono sconfitte nell’immenso Mediterraneo.
Più in alto sulla scogliera, quasi a voler spiccare il volo, il tronco secolare del ginepro allungato verso il mare si la-sciò accarezzare sinuoso lungo i rami dondolati dal vento. Quel vento che si divertì a baciargli ogni foglia appuntita, odorante di salsedine e pazienza. Quel vento che spettinò i cespugli di rosmarino e di mirto, mentre ne diffondeva l’intenso profumo legnoso.
Come una ninfa sbarazzina, Kulia amava giocare. Era brava a nascondersi, schizzava dietro gli alberi fitti della foresta e diventava uno tra i rami. Oppure scivolava furti-va in qualche anfratto lungo la via delle scogliere, nascosta dai magnifici oleandri bianchi, immobile come la roccia. Per gli altri bambini era davvero difficile scovarla.
Le piaceva anche arrivare giù fino al mare per tuffarsi. Ma a volte preferiva starsene a occhi chiusi sulla riva men-tre in silenzio ascoltava il crepitio dei ciottoli levigati, ri-succhiati lentamente dalla lieve risacca.
La sua casa si trovava alle pendici di montagne dalle cime sempre innevate, troneggianti sul caldo mare del sud, una distesa limpida popolata di delfini che guarda lontano alla Fenicia.
Per la piccola non esisteva posto più bello di Tuti, il suo

tranquillo villaggio isolato immerso nel verde dei boschi, sorvegliato dalla presenza invisibile delle figlie alate della Dea.
Una mattina d’estate, mentre si recava al ruscello, Kulia notò un giovane moro avviarsi sul sentiero dei pascoli alti, seguito dal gregge.
Il ragazzo era già abbastanza grande per lavorare. In-crociò lo sguardo della bambina. Si fermò, le sorrise.
«Mi chiamano Ilos.»
Kulia diventò una statua. Lo fissò dritto negli occhi. «Ti va di venire in cima con me? Sto andando lassù»
proseguì indicando il cielo.
Kulia si riscosse e posò a terra la piccola anfora che portava sulla testa.
«Non ce la faranno mai le tue pecore. Non è possibile arrivare così in alto, figuriamoci col gregge. Come pensi di fare?»
«Lo so. È difficile, ma continuerò a provarci. E un gior-no riuscirò a spingere quelle pigrone lassù fin dove si toc-cano le nuvole. Allora sarò davvero felice» rispose Ilos fa-cendole l’occhiolino. E aggiunse: «Sarebbe bello arrivare sulla vetta insieme, quel giorno».
Riprese il cammino e sparì tra i bassi cespugli mediter-ranei.
Da allora, ogni mattina Kulia tendeva l’orecchio, ansio-sa di scorgere Ilos dagli occhi nocciola. Quando sentiva belare delle pecore, sgusciava fuori casa sperando di po-terlo vedere. E mentre lui passava, le sorrideva e le lascia-va una margherita, una violetta o qualche campanula pri-ma di scomparire nella macchia, seguito dal gregge.
Passarono alcune stagioni prima che Kulia fosse ritenu-ta in grado di contribuire alla famiglia. Visto che il suo spirito adorava di stare all’aria aperta e che tre sorelle già provvedevano ai lavori di casa, le fu affidato il compito di


far pascolare il bestiame. Il primo giorno di lavoro si alzò presto, per avviarsi con le capre ai pascoli sui fianchi del monte.
Ilos se ne stava disteso sull'erba, concentrato su una co-lonia di formiche. Una farfalla gli sfiorò il naso, alzò lo sguardo da terra per ammirarne le ali quando si rese conto che dal bosco stava arrivando qualcuno. La vide. Raccolse in fretta piccoli fiori stellati intorno a sé e le corse incon-tro.
«Ce n’è voluto di tempo per farmi seguire fin quassù! Cara, piccola Kulia, sei qui finalmente!»
Le porse un mazzolino di “non ti scordar di me”.
«Beh, ora sono qui. E da oggi dovrò starci con le capre. Potrò tenerti compagnia» disse d’un fiato.
«Ovviamente se tu lo vorrai» aggiunse arrossendo, mentre portava al naso i delicati petali azzurri.
Nei giorni che seguirono, gli animali brucavano placidi mentre i ragazzi si raccontavano storie, aneddoti diverten-ti, cosa piaceva loro e quello che invece non sopportavano. I giochi preferiti, i fiori più belli e spesso cantavano sulle lente note della cetra di Ilos o si rincorrevano a perdifiato sul prato. La fanciulla amava intrecciare ghirlande di mar-gherite e immaginare di indossare la corona di una qualche bella regina. Il giovane era capace di guardarla estasiato a lungo. Come si adora la Dea. Quell’amore fioriva e si raf-forzava alimentato dai sogni e dai progetti che facevano insieme. Fantasticavano sui luoghi che avrebbero visto una volta imbarcati per mare. Su dove avrebbero vissuto e su quanti bambini avrebbero avuto. Di certo sarebbero stati insieme. Per sempre.
Una sera, dopo aver riportato gli ovini al villaggio, mentre l’aria d’arancia matura si sfumava in opache stri-sciate cremisi, Ilos cinse d’improvviso la ragazza.
«Non mi va di lasciarti a casa di tuo padre. Convincilo



a farti uscire quando sarà nero, torniamo insieme alla no-stra radura. Io e te» azzardò. «Ti prego!»
«Sarebbe davvero molto bello mettersi a contare a turno ogni stella in cielo. Ma Ilos, non mi permetteranno di re-stare fuori…» rispose scuotendo la testa, mentre sul viso le si stampò un sorrisetto malizioso che contrastava l’eviden-te delusione del ragazzo.
«Non ti ho detto “no”» aggiunse. Gli fece l’occhiolino e corse a casa.
Quella sera, la ragazza attese che la famiglia si addor-mentasse. Si alzò in piedi. Si fermò la stoffa leggera sulle spalle con la spilla più bella e dopo aver aggiustato le onde nere che ricadevano morbide sulla fronte, si avviò in punta di piedi alla porta. L’aprì con cautela. Sgattaiolò via. Ol-trepassò l'ultima casa in pietra del villaggio e raggiunse l'imbocco della strada che portava ai pascoli, dove Ilos la stava aspettando impaziente.
Si incamminarono lungo il sentiero illuminato dal tre-molante chiarore della torcia. Si distesero sul prato. Rivolti al cielo ne ammirarono la grandezza. In quel momento si sentirono davvero piccoli, ma comunque protagonisti di tutta quell’assoluta bellezza. E al sicuro, mano nella mano sotto la coperta intessuta di brillanti che li sovrastava, i loro cuori tamburarono all’unisono.
Le mani si cercarono nel silenzio. Sui loro volti, l’alito tiepido della notte. Ilos senza staccare gli occhi da quelli di lei, le aprì la fibula di bronzo sulle spalle. Un leggero soffio e lo scialle scivolò. L’attirò a sé e la tenne stretta nel silenzio. Soltanto i grilli e l’armonia del mare, che da lon-tano si infrangeva sulle scogliere scoscese.
La Dea Madre regalò la voglia di baci profondi e carez-ze sempre più audaci. Per loro nascose la luna, fin quando li fece diventare un solo corpo. Allora lo spirito di entram-bi raggiunse le più alte vette del cielo, fondendosi con la



luce dell’infinito. E raggiunsero l’unione perfetta, la divi-na comunione con l’universo.
Kulia non poté trattenere una lacrima di gioia. Quando planò di nuovo sul mondo, stringendolo forte, implorò Ilos di non abbandonarla mai.
Il suo uomo le prese il mento tra le dita, la guardò dritta negli occhi: «Giuro che sarò sempre con te. Sempre».



5. La figlia del mezzadro. Radda in Chianti, Giugno

Maria era intenta a montare il burro nella zangola, il giorno del compleanno della figlia maggiore, che compiva già tredici anni.

Se Dio vuole, oggi si festeggia. Non ne posso più di piangere disse tra sé continuando a sbattere, ecco l’occa­ sione buona per non rimuginare sulle nostre miserie. Ov­ via.

Qualche ora di leggerezza avrebbe certo giovato a tutti i suoi figlioli. Perfino al marito che ormai sembrava aver perso ogni speranza.
La terribile gelata dell’Arno e della Pesa di due anni prima, li aveva messi tutti in ginocchio. E la neve del lun-go inverno appena passato si era sciolta da poco, lascian-dosi dietro solo campi devastati e speranze distrutte. La povera gente soffriva la fame ogni giorno di più.
Ma almeno per oggi, Maria voleva starsene serena. E allora continuava indaffarata il suo lavoro nell’unica gran-de stanza al piano terra, la cucina. Intonò una canzone al-legra, mentre gli ultimi arrivati, i due gemelli, se ne stava-no nel cesto a dondolare, sospesi alla robusta trave del so-laio.
Intanto, sul focolare di pietra, la focaccia di grano dora-va piano mentre l’aria si riempiva del suo fragrante profu-mo. E nel vecchio calderone di terracotta, la zuppa di rape sobbolliva lenta assieme agli straccetti di lepre. Il tocco in più della festa. Una minestra saporita per saziare le pance.
La donna assaggiò il burro.

È venuto un capolavoro si disse, me lo immagino già
su una bella fetta di pane caldo!

Si avvicinò all’asse di legno dove stavano le provviste e aspirò a pieni polmoni l’odore invitante del formaggio
marzolino.
Ci siamo, forma! È arrivato il tuo momento. Finalmen­ te ti affetto e scopriremo se e quanto sei diventata buona.

Ne sistemò alcune fette sulla tavola. Accanto aggiunse
il miele.

Com’è dolce. Uhm… buono e si tuffò di nuovo nel pec-caminoso barattolo. Rigirò ancora il dito nel denso nettare appiccicoso e se lo portò alle labbra per assaporarne con
calma il prezioso gusto sulla lingua.

Meno male che Ruggero è riuscito a scambiarlo con due brocche di latte pensò ancora estasiata. Poi lo provò
zuppando nel vasetto uno spicchio di cacio.

Oddio… son arrivata in paradiso!

Si pregustava la cena tanto ricca, mentre con gli occhi della mente rivide orgogliosa la sua famiglia. Aveva otto figli insieme al buon Ruggero. L'ultimo era in pancia. Amava considerarlo come la numero otto. Sperava tanto che potesse essere una sorella per la sua primogenita.

«Ottavina. Ti chiamerò proprio così» disse mentre si accarezzava il ventre.
Erano già stati benedetti con sei maschi forti e intelli-genti. E anche se fossero stati costretti a cercare una se-conda dote per un’altra figliola, Maria pregava lo stesso la Madonna di poter partorire una bambina, bella come Fiore.

Diventata un fiore di nome e di fatto, la ragazza era sbocciata graziosa, dalle forme morbide con folti capelli neri. Sembrava più grande della sua età. Gli uomini aveva-no iniziato a guardarla con altri occhi, perché i seni turgidi si erano trasformati in un ingenuo richiamo.
Ma il suo carattere non era altrettanto amabile, forse a
causa di una profonda insoddisfazione. Non accettava il suo esser nata femmina, lei che di indole era ribelle. So-gnava quella libertà che non le sarebbe mai stata concessa, proprio perché donna.
Fin da piccola, era sempre stata circondata dalle grida dei fratelli. Non aveva mai tempo per raccogliere i propri pensieri in pace. Almeno quei monelli potevano sceglier-seli, i giochi. Facevano cose divertenti dopo aver aiutato il babbo nei campi. Come Guido, più giovane di un anno, ma libero di andarsene a zonzo senza che nessuno lo sgri-dasse. Una volta arrivò addirittura a Firenze insieme al fra-tello Vieri.
Fiore avrebbe fatto di tutto per poter giocare al civetti-no, al sole in paese.

È un’ingiustizia. Perché le femmine non ci possono giocare? Son sicura che se sfidassi quei maschiacci, li pe­ sticcerei a dovere. E li batterei. Certo, se solo mi lascias­ sero provare.

Ma la sua vita era limitata al cucire per tutti, mungere le capre e governare le galline. Toccava a lei recarsi al tor-rente a lavare i panni e badare a tutti i mocciosi di casa. Ecco cosa ci si aspettava. Con la madre sempre lì a dirle cosa doveva o non doveva fare. Quando e come.
Ah, se solo avesse potuto nascere maschio! Un giorno avrebbe deciso dove andare, cosa dire, chi seguire.
Si sentiva soffocata in una sottana tanto stretta da non respirare. Fin quando un uomo sarebbe comparso per re-clamarla in moglie. Allora quella sottana le avrebbe reciso le carni della vita a furia di stringerla.
Immersa in questi pensieri, giocherellava con i suoi ca-
pelli lisci davanti al pozzo.
No. La cambierò questa vita. Ora.

Afferrò il secchio, lo svuotò e si precipitò dentro casa. In cucina, la mamma era affaccendata intorno alla tavo-


la, vanto e orgoglio di Maria. Era il dono di nozze dal ma-rito, abile a intagliare il legno quanto ad arare e mietere i campi. La piccola Fiore amava starsene lì seduta di sera quando, dopo aver mangiato, il babbo raccontava storie di battaglie tra cavalieri.
Prese un bel respiro.
«Madre, vorrei andare in città. Voglio vivere un’avven-tura, voglio vedere il mondo, voglio sentirmi viva. Per fa-vore.»
Maria la guardò perplessa. Sembrava non aver capito bene. Poi si riscosse.
«Fiore non credo sia proprio il caso. Lo sai. Ma che av-ventura? Che storia è questa?»
«Madre non sono più una bambina. È il regalo che vor-rei per il mio compleanno. Accontentami ti prego» sbatté le sue lunghe ciglia nere in uno sguardo da cerbiatto man-sueto.
«È una così strana richiesta. Perché vorresti andare via figliola?»
«Madre non conosco altro che questa casa e il ruscello. Ho bisogno di vedere cosa c’è oltre. Com’è fatta la città? Quella vera intendo.»
«Cara bambina, a me lo chiedi? Non ne ho proprio idea. Sono nata qui io, mica a Firenze!»
«Per me è importante saperlo. Davvero.» Maria l’abbracciò.
«Se è così allora, stasera quando il babbo tornerà dai campi, sentirò cosa ne pensa. Vedremo.»
E sorrise.

venerdì 24 marzo 2017

Recensione - L'ultimo giorno di un condannato, Victor Hugo

Buongiorno lettori!
Di recente ho finito di leggere un libro molto particolare, ma non vi anticipo nulla, procediamo come di consueto.

Risultato immagine per l'ultimo giorno di un condannato a morte hugoTitolo: L'ultimo giorno di un condannato
Autore: Victor Hugo
Pagine: 173
Prezzo: €8,00


C'est devant ceux qui auraient légalment mérité la mort qu'il importe abjurer cette voie de fait.

SINOSSI:


L'angosciosa e dolorosissima attesa di un uomo che sta per essere privato del suo unico bene, della sua stessa vita, si consuma lenta e inesorabile, al ritmo ossessivo, martellante degli ultimi penosi pensieri e dei deliranti fantasmi di una mente incredula e atterrita. È con questa sorta di lucidissima e appassionata perorazione letteraria a favore dell’abolizione della pena di morte, pubblicata nell’ultimo anno della monarchia dei Borbone, che Victor Hugo, all’età di ventisette anni, prese posizione in difesa dei diritti inalienabili dell’uomo e innanzitutto di quello alla vita. La sua vocazione letteraria nasce e si costruisce infatti quotidianamente proprio in quel luogo vivo, presente, tangibilissimo che è la realtà circostante: non «il contingente, l’accidentale, il particolare», ma la trama superiore di una storia che diviene motivo di passione e di poesia altissima. E con incedere incalzante, travolgente, inarrestabile trascina con sé anche gli ultimi brandelli di vita di un condannato alla morte e all’oscenità abominevole di una folla che pretende urlante il suo spettacolo.

«Gli uomini, mi ricordo d’averlo letto in non so che libro dove c’era solo questo di buono, gli uomini sono tutti condannati a morte con rinvio indefinito. Che cosa c’è dunque di tanto diverso nella mia situazione?»


Victor Hugo


E' stato uno scrittore, poeta, drammaturgo e politico francese, considerato il padre del Romanticismo in Francia.
Si cimentò in numerosi campi, divenendo noto anche come saggista, aforista, artista visivo, statista e attivista per i diritti umani.
Tra i principali teorici ed esponenti principali del movimento letterario romantico, seppe tenersi lontano dai modelli malinconici e solitari che caratterizzavano i poeti del tempo, riuscendo ad accettare le vicissitudini non sempre felici della sua vita per farne esperienza esistenziale e cogliere i valori e le sfumature dell'animo umano.
I suoi scritti giunsero a ricoprire tutti i generi letterari, dalla poesia lirica al dramma, dalla satira politica al romanzo storico e sociale, suscitando consensi in tutta Europa.


RECENSIONE:


E' anonimo l'autore che nel 1829 dà alle stampe questo piccolo libro che non può che essere considerato un grande capolavoro. Ma è inconfondibilmente Victor Hugo. 
L'attenzione ai problemi dell'attualità sociale prende corpo in appassionate lotte contro l'ingiustizia e l'oscurantismo in molti suoi testi, e soprattutto in questo romanzo.
Sono anni in cui il progresso sembra trasportare l'umanità intera verso un futuro di pace, prosperità, legalità e fratellanza. Ma negli stessi anni si tagliano ancora teste davanti a un pubblico appagato da questo scempio, si marcisce in carcere, e ci si lascia morire per una colpa non sempre dimostrata.
Coraggiosamente Victor Hugo decide di muovere una critica molto esplicita alla società e al codice penale del tempo.
In questo romanzo racconta di un uomo, condannato a morte, di cui non sappiano né il nome né il crimine per il quale lo vediamo carcerato, che vive le sue ultime 6 settimane di vita, e che scrive in prima persona queste pagine da lui stesso definite "Diario delle mie sofferenze".

"Ora sono in gabbia. Il mio corpo è rinchiuso in una cella, la mia mente imprigionata in un'idea. Un'idea orribile, cruenta, implacabile! Ho un unico pensiero, un'unica convinzione, un'unica certezza: condannato a morte!"

Il Condannato, o potremmo dire Hugo, che si cela dietro il suo stesso personaggio,  scrive un documento contrario alla pena capitale portando come tesi l'angoscia, la paura e l'impotenza del condannato stesso, mettendo il lettore di fronte a un'amara realtà: quella delle carceri e dei prigionieri.
Struggente è il modo in cui il protagonista si rende conto di quanto la vita gli sia già sfuggita di mano: altre persone hanno deciso di togliergli una cosa che non sono stati loro a dare, giocando a fare le veci di Dio.

Il fatto che il protagonista non abbia nome, non abbia un'identità come la intendiamo noi, è sì del tutto coerente con la situazione descritta, ma ciò deriva dal fatto che a Hugo non interessava prendere la difese di un tale o tal altro prigioniero. In modo del tutto generale e universale voleva muovere una critica a favore di tutti gli imputati presenti e futuri, e a favore del popolo. Perché è proprio dal popolo che trae spunto per filare la trama di questo racconto. E' proprio in Place de Grève, nella piazza pubblica, che scorge l'ingiustizia nella giustizia, sentendo la necessità di soffermarsi, implicitamente, sul significato della parola civiltà.
I motivi per i quali alcuni sostengono la pena di morte, sono asserzioni che in realtà non stanno né in cielo né in terra. Non si adotta la pena di morte per punire o per vendicare.
Perché "Vendicare è dell'individuo, punire è di Dio. La società sta nel mezzo. Il castigo è al di sopra, la vendetta è al di sotto. [...] Essa (la società) non deve punire per vendicarsi, ma correggere per migliorare".
Né si può adottare un simile metodo che lo scrittore definisce "barbaro" per dare l'esempio! Perché in realtà, questo "esempio" non fa altro che distruggere ogni briciolo di umanità e virtù, generando solo violenza.
E poi.. Che significa "dare l'esempio"? Hugo lo chiede non soltanto a noi, oggi, ma lo chiedeva ai suoi concittadini ieri, che credevano che dare l'esempio significasse sgozzare miseramente un innocente. Perché stiamo parlando sempre di innocenti. Ed è lo stesso autore a spiegare cosa intende:

"O l'uomo che colpite è senza famiglia, senza parenti, senza legami con il mondo.  E, in tal caso, non ha ricevuto né educazione, né istruzione, né cure per la mente né per il cuore; e allora con quale diritto uccidete un miserabile orfano? Lo punite del fatto che la sua infanzia ha strisciato per terra senza radici e senza sostegno! Gli imputate come misfatto l'isolamento in cui lo avete lasciato! Della sua sventura fate un delitto! Nessuno gli ha mai insegnato a sapere quel che faceva. Quest'uomo ignora. La colpa è del destino, non sua. Colpite un innocente.
Oppure quest'uomo ha una famiglia; allora credete che le scure con cui lo decapitate colpisca solo lui? che suo padre, sua madre, i suoi figli, non sanguinino anche loro? No. Uccidendolo, decapitate tutta la sua famiglia. E anche in questo caso colpite degli innocenti.
Quindi... è solo una maldestra e cieca punizione che, ovunque si giri, colpisce un innocente! "

" Ammetto di essere giustamente punito; ma quelle tre innocenti (madre, figlia, moglie), cos'hanno fatto? Che importa. Le disonorano, le rovinano. E' la giustizia."

Ma attenzione, Victor Hugo non sta dicendo che i criminali devono essere lasciati in libertà, come se non avessero fatto nulla. Devono essere puniti, e pagare per ciò che hanno fatto, ma non con la morte. Perché la pena di morte colpisce solo gli innocenti..
Riguardo a questo concetto mi viene in mente una ballata scritta di Oscar Wilde durante i suoi mesi in prigione: La ballata di Reading Goals. E' una ballata piuttosto lunga, ma vi invito a leggerla.
C'è una parte in cui Wilde, in modo molto velato, critica la pena di morte per lo stesso motivo. Tra le due composizioni inoltre ho trovato diversi punti in comune, per esempio: il condannato di Hugo e quello di Wilde provano pena per gli altri prigionieri sgozzati come bestie. Ed entrambi gli autori oltre a muovere una critica verso la pena di morte, la muovono verso la religione, o meglio verso il modo di vivere la religione a quei tempi: che prete è quello che non si oppone a un uomo che toglie la vita a un altro, ma che anzi gli dà l'ultima benedizione prima del fatidico momento?
Che prete è il prete che fa il braccio destro del boia? (per Hugo), o che non rivolge al condannato neanche l'ultimo segno di croce (per Wilde)?

Questo testo, che rappresenta un unicum nella produzione hugoliana, è anche il suo primo roman-poèm, e sarà di fondamentale importanza per la composizione delle altre due famosissime opere: Notre-Dame de Paris e Les Miserables, in cui egli si dimostra particolarmente abile nel mescolare dramma e poesia, romanzo e teatro.

L'edizione che possiedo, è divisa in una prima prefazione a cura di Donata Feroldi, seguita dal racconto che consta di 128 pagine, e infine vi è un dialogo in un salotto della Parigi per bene tra persone che commentano e criticano fortemente sia lo stile che il contenuto del romanzo, svelando il pensiero comune del tempo.
E' un dialogo che l'autore aveva posizionato come prefazione alla prima edizione del romanzo, però credo che posto alla fine sia più comprensibile, perché il lettore a quel punto sa.

Oltre dall'uso della prima persona, la narrazione è caratterizzata dalla minuziosa descrizione delle percezioni interne ed esterne, riportate nelle pagine con una oggettività e con un distacco disarmante, svelando quindi lo straniamento del protagonista e la sua estraniazione.
I periodi sono molto semplici, e la sintassi è prettamente paratattica, scandita da punti e virgole che sembrano essere i rintocchi di un orologio che segna lo scadere del tempo.

L'ultimo giorno di un condannato è il racconto del percorso di un uomo annichilito da una sentenza,  morto già nel momento in cui è stato condannato, e svuotato dal fatto che tutto gli dice "morte".

Piacevolmente colpita dalla grandezza di Victor Hugo, è un libro che consiglio, ma che bisogna leggere con cognizione di causa, perché l'autore ci costringe a vedere una realtà che di solito evitiamo, e questo, ahimè, turba l'animo.

Voto: ★★★★★
Martina

5 cose che #21 - 5 elementi essenziali che valuto nell'acquisto di un libro

Buongiorno lettori passeggeri e non, e buon inizio weekend spero pieno di belle letture!
Vi siete accorti che le settimane volano in modo veramente traumatico? Mi sta venendo il panico!
Ma insomma.. oggi vi svelo le 5 cose a cui presto attenzione per acquistare un libro.
Quindi... prego, leggete pure!



1. La Cover

La copertina per me è davvero fondamentale. Un libro deve catturarmi, deve saltarmi all'occhio, deve conquistarmi come se fosse il libro più bello di tutti. Deve rispecchiare il titolo e la trama, ti deve dire contemporaneamente tutto e niente della storia.

2. Il font.

Odio i libri con un font veramente piccolo, non riesco a leggerli. Se uno stesso libro è presente in due edizioni, una da 200 pagine scritto in maniera davvero illeggibile, e una da 600 pagine, con un font più grande e comodo da leggere, opto per la seconda edizione, senza pensarci due volte.

3. Prezzo

Con tutti i libri che compro risparmiare fa comodo, ma questo terzo elemento della lista è strettamente collegato al primo. Cerco di avere una bella cover a un buon prezzo. Non riuscirei a risparmiare per avere un libro la cui cover mi fa veramente schifo!

4. Stato d'animo

Molte volte l'acquisto dipende dal periodo in cui mi trovo, o dal momento in cui sto scegliendo un libro. Da come mi sento insomma..

5. Serie o no

Non sempre mi va di iniziare nuove serie, a volte mi piace "bazzicare" da un genere all'altro, e se è una serie non posso farlo, perché sicuramente poi non la continuerei. Le serie devo leggerle tutte d'un fiato.. altrimenti è meglio che non le comincio.


E voi!?
Come acquistate un libro?
Martina

martedì 21 marzo 2017

Recensione - La Saga del Dominio - Le Lame di Myra

Buongiorno Readers!
Ormai il martedì è diventato il giorno delle recensioni!
Ho finalmente finito di leggere Le Lame di Myra, della mia scrittrice fantasy preferita: Licia Troisi.

Per chi mi segue da un po', sa quanto io sia fissata con la Troisi. L'ho inserita in una marea di Book Tag, per tante ragioni diverse, e posso dire che alla fine... non ne sbaglia una!





Titolo: Le Lame di Myra
Autore: Licia Troisi
Pagine: 384
Prezzo: 19.00
Saga: La Saga del Dominio

SINOSSI:
Dopo l'apocalisse dei Cento Giorni d'Ombra, il Dominio è stato quasi interamente ricoperto di ghiacci e nevi. Solo le terre più a Sud rimangono temperate e rigogliose, mentre a Nord si muovono popoli in costante lotta per la sopravvivenza, spesso in guerra tra loro. La grande federazione di clan agli ordini di Acrab ha però un sogno molto più grande che la conquista di un pezzo di terra. Lui non vuole solo trovarsi uno spazio all'interno del Dominio, ma vuole rovesciarlo, distruggendo il potere dei maghi detti Camminanti. La loro magia, infatti, sfrutta la sofferenza degli Elementali, che i Camminanti hanno ridotto in schiavitù, mentre Acrab immagina un regno dove umani ed Elementali convivano.
La strada per arrivarvi, però, passa attraverso la conquista dei numerosi regni che compongono il Dominio, attraverso una cruenta battaglia dopo l'altra.

Con questo romanzo, la regina del fantasy europeo Licia Troisi dà vita non solo a una nuova saga, ma a un vero e proprio universo dove si mescolano avventura e orrore, magia e sangue, con un'eroina che rimarrà per sempre nel cuore di ogni lettore.


RECENSIONE:

Come vi dicevo Licia Troisi non ne sbaglia una.
Coinvolgente come sempre e inaspettato come non mai.

Una delle valorose guerriere di Acrab è Myra, la protagonista del libro. Acrab la prese con sé anni addietro e la crebbe come una figlia da quando un certo Graffias comandò la morte di Fadi, colui che prima di Acrab si era spacciato per il padre di Myra.
Myra si distingue in battaglia per la sua agilità e per la sua invidiabile abilità con i walud, le spade a forma di mezzaluna. E' la tipica eroina di Licia Troisi: Agile, coraggiosa, testarda, ferita nel più profondo del suo cuore, e...che ha qualcosa di speciale. Qualcosa che ancora nessuno sa, a parte Graffias.
All'inizio Myra sarà mossa da un profondo bisogno di vendetta per la morte di Fadi: vuole sapere chi le dà la caccia, perché, e fargliela pagare per quella orribile notte che cambiò la sua vita.
Sono passati anni dall'accaduto.. ma il tempo non sembra avere intenzione di curare le sue ferite.
Pian piano però ella si rende conto di avere un'altra e più personale battaglia da combattere. A differenza di quanto ha sempre creduto, ha scoperto infatti che la sua ""famiglia"" non è stata uccisa per un motivo banale e comune quale il possedimento di una terra, ma per un segreto che porta alla morte chiunque ne venga a conoscenza e che la vede protagonista di un'antica Profezia.
Myra parte così alla ricerca della verità, in un lungo viaggio attraverso il Dominio con il solo appoggio di Icenwharth, un drago rinnegato dal suo popolo per aver stretto amicizia con un umano anni prima, e da due compagni di viaggio la cui conoscenza sarà abbastanza insolita: Marjane e Kyllen. Battaglia dopo battaglia, incontro dopo incontro, attraverso lande desolate e città meravigliose sapientemente descritte dall'autrice, Myra scoprirà i contorni dello spaventoso piano di Graffias, in cui lei è "l'ospite d'onore". 
Lei ha qualcosa.. qualcosa di speciale. E scorrendo le pagine il lettore, così come Myra, giungerà a una consapevolezza a dir poco sconcertante.

Al solito la nostra scrittrice fantasy utilizza una sintassi semplice, principalmente paratattica, con periodi non troppo lunghi, infatti la lettura risulta molto scorrevole. Il lessico è altrettanto semplice, ma nella sua semplicità riesce a descrivere quasi poeticamente i luoghi in cui è ambientata la scena.. e colpisce il lettore dritto al cuore, facendogli provare le sensazioni della protagonista. Leggere i suoi libri equivale sempre a guardare un film.
Ogni volta mi faccio trasportare dalle parole dei personaggi, riuscendo a immedesimarmi così tanto in loro.. che non sembra che io stia leggendo, che sia esterna alla storia, ma mi sento lì con loro. Licia Troisi ha sempre saputo fare questo, ed è uno dei motivi per cui io mio sono innamorata dei suoi lavori sin da Le Cronache del Mondo Emerso. (Che per la cronaca - scusate il gioco di parole- per me rimarrà il suo capolavoro indiscusso).
Dopo aver provato il fantasy, il suo fantasy, io non riesco ad approcciarmi a questo genere con altri autori. Non so dirvi perché.. sarà che ormai sono un po' prevenuta, sarà che sento di aver creato un legame particolare con le sue eroine, che non voglio che nessuno influisca in esso.. ma per me rimane davvero la Regina del Fantasy.
Le sue, sono tutte guerriere ferite nel profondo della loro essenza umana, per cui all'inizio prevale un carattere animalesco in loro, ma scavando in se stesse, trovano la forza di rialzarsi dalle ceneri, come una fenice. Riescono a combattere in nome della verità, della giustizia e della pace interiore, confrontandosi continuamente con altri personaggi e imbattendosi in ostacoli che sembrano impossibili da superare.
Non è solo un mix di fantascienza, immaginazione e creatività, perché in fondo i suoi personaggi ci insegnano sempre qualcosa.
Voto: ★★★★☆

Martina

venerdì 17 marzo 2017

Segnalazione #14 - Autori Emergenti - Il Marchio del Serpente


Buon Venerdì lettori!
Iniziamo il weekend con la segnalazione di un nuovo Fantasy che presto avremo anche in cartaceo!



Titolo dell'opera: Il Marchio del Serpente - Le Cronache del Reame Incantato Vol.1
Autore: Alberto Chieppi
Genere: Fantasy
Formato: epub, mobi
Prezzo: 1.49€
Numero Pagine: circa 500
Pubblicato da: self-publishing










Link d'acquisto:





Trama: Il Marchio del Serpente

Sam è un teppistello quindicenne che vive nei sobborghi milanesi, passando le giornate saltando la scuola e vagando per la città senza meta. Una notte, la sua intera esistenza viene stravolta quando l'avvenente vicina di casa lo salva dal tentativo di rapimento da parte degli Spector. Sam scopre così di essere uno stregone destinato a salvare il Reame Incantato dall'oppressiva tirannia del Cancelliere Magnus Paladin, a cui gli Spector rispondono. Incredulo ma convinto a scoprire la verità sulle proprie origini, Sam attraversa il portale magico che lo catapulta in un mondo pericoloso abitato da maghi e stregoni in perenne rivalità. Sirio Paladin, figlio minore del Cancelliere, vive invece all'ombra del nome della sua potente famiglia e dei fratelli ben più abili e coraggiosi; il giovane mago, durante il suo addestramento, resta coinvolto in un complotto ai danni del padre che cercherà di sventare con ogni mezzo. I due ragazzi scopriranno, ognuno a suo modo, che le loro vite sono in balia di forze oscure e che dovranno lottare per salvarsi e trovare il loro posto in un mondo popolato da goblin pasticcioni, misteriose confraternite e draghi terrificanti, proprio mentre un antico male viene liberato e minaccia di distruggere l'intero Reame Incantato a capo di un esercito di orchi, non-morti e uomini lucertola.
Estratto
Era notte fonda. Una notte calda con un cielo limpido, trafitto di stelle ma senza luna. Sam non si era reso conto che fosse così tardi. Il giovane stregone stava violando il coprifuoco istituito da Madame Carontis ma non gli importava: la resa dei conti con coloro che gli davano la caccia fin dal primo giorno che aveva messo piede a Sepulchria era infine arrivata. Prendendosi ancora un istante per ammirare la tetra bellezza della Foresta Stregata, Sam lasciò il nascondiglio all'ombra dell'edificio di Sepulchria e si immerse nella foresta, ammantata dalla perenne foschia che la permeava tutto l'anno. Immediatamente, la temperatura cambiò e Sam fu percorso da un brivido involontario; nonostante la calura estiva, la Foresta Stregata era pervasa da una gelida umidità che gli faceva accapponare la pelle.

Alberto Chieppi:

Sono nato a Vizzolo Predabissi, il 4 febbraio 1981 e attualmente risiedo a Melegnano (MI).

Ho frequentato le scuole della mia città fino alle superiori quando, nel 2000, ho conseguito la Maturità Scientifica presso il Liceo Scientifico di Melegnano.

Ho frequentato la Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’Università Statale di Pavia conseguendo nel 2005 la Laurea triennale in Fisica e, in seguito, mi sono iscritto alla Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’Università degli Studi di Milano dove, nell’aprile 2008, ho conseguito la Laurea Magistrale in Astrofisica con Tesi sperimentale elaborata in seguito ad un lavoro di ricerca della durata di un anno e svolto presso l’Osservatorio Astronomico di Brera.

Nel giugno dello stesso anno, sono stato assunto presso un’azienda operante nel settore aerospaziale e avionico.

Nel maggio 2010 mi sono sposato con Federica e nel 2012 e 2014 sono nati i miei due meravigliosi bimbi Andrea e Tommaso.

Martina


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